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CASTELLI DEL ROERO
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Torri e castelli
Torri e castelli

CASTELLI DEL ROERO

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Se si dovesse scegliere un simbolo materiale, rappresentativo dei nostri ultimi mille anni o del millennio medioevale, le preferenze andrebbero per certo al castello, genere di dimora attorno a cui si addensano storia e fantasia a seconda dei gusti, delle località e di chi ne parla. Il castello è, in effetti, al giorno d'oggi, un rilevante richiamo turistico e culturale sotto il profilo storico, architettonico e artistico, e attorno ad esso, con poco sforzo ed indubbi risultati, si possono aggiungere storie d'amore drammatiche o piccanti, faide e vendette, presenze inquietanti o infami trabocchetti.

Sono ancora una ventina, tra castelli e torri, a testimoniare oggi la passata feudalità del Roero, con una tipologia varia ed estesa nel tempo a partire dall'assetto ricevuto dall'area roerina in età comunale per giungere alle fastose e imponenti dimore di "campagna" del Settecento. L'argomento è certamente di quelli che possono consentire libero corso alla fantasia, all'immaginazione, all'invenzione. Vi sarebbe spazio per riferire leggende eventualmente raccolte, ma, ahimè, il Roero scarseggia in questo campo. Le masche, poi, sembrano aver sempre girato abbastanza alla larga dai castelli e gli inverosimili cunicoli che dovrebbero collegare un castello all'altro sono esistiti solo nella fantasia popolare. Mancano perfino quasi ovunque dall'immaginario collettivo i mitici tesori sepolti nelle fondamenta delle torri, magari difesi da qualche superstite diavolo.

A giustificare una minore fantasia attorno ai castelli del nostro ambiente collinare sta forse il loro minore isolamento rispetto a quelli di ambiente montano. L'essere quasi sempre i nostri strettamente abbinati all'abitato della "villa", in un vicendevole rapporto di aiuto, di odio-amore, ha sempre consentito ai sudditi, alla popolazione tutta, di conoscere anche nei dettagli le vicende all'interno del castello.

MUTAMENTI STRATEGICI

La prima constatazione da fare è che in quasi tutti i paesi si è conservato un solo manufatto (in pochi casi resta solo un moncone o neanche quello), mentre nel corso dei secoli sono almeno una novantina le opere difensive che si sono avvicendate sul territorio. Tante sono scomparse ormai da tempo e il loro ricordo è affidato ad un toponimo, anche quello sovente scomparso dalla memoria e affidato a polverosi catasti.

La rosa dei nomi portati un tempo da questi fortilizi scomparsi è assai varia (castello, castellero, castellazzo, castelvecchio, castelletto, castiglione, torre, torretta, torrione, torrazzo, bastita, bicocca), ma solo in qualche caso l'apparente differenza è da considerarsi effettiva. La torre (o il derivato) era sovente l'ultimo stadio di una costruzione complessa, di un diverso fortilizio iniziale che lascia ricordo sui documenti solo quanto la restante parte era già scomparsa. Localizzati, i diversi reperti toponomastici di cui sopra assumono perciò significati più corretti, soprattutto se posti in relazione all'evoluzione degli insediamenti o se confrontati con altri.

Le tracce rimaste nel Roero occupano poco meno dell'ultimo millennio, dove i primi due secoli sono segnati da un fervore di nuove costruzioni forti, specialmente giustificate nell'area dai nuovi compiti di "custodes et guardatores" dei feudi vescovili astesi assunti da militi o borghesi intraprendenti; una formulazione che costoro interpreteranno con molta elasticità e, ovviamente, a loro favore. Sono almeno una trentina i castelli nati per sottolineare le nuova feudalità e il nuovo assetto territoriale, in relazione ad insediamenti diversi sorti col concorso di vari fattori: centralità dell'opera forte nella nuova giurisdizione, posizioni più difendibili, punti nodali per il superamento della "fascia delle rocche", ecc. Tutta l'area riceve una nuova impronta.
Tutti si arroccano, si chiudono a difesa. È il momento che ha lasciato l'impronta più vistosa. Il castello o la torre dominano dall'alto grappoli di case, queste abbarbicate a volte su esili strisce di suolo minato dall'erosione; da queste, altre case sciamano e si allontanano. Il mondo abitato medioevale (e fino a buona parte del '500) nei singoli feudi finiva qui, a breve distanza dal castello. Fuori stava la terra, più o meno coltivata ma quasi senza case o con le antiche sedi ormai vuote.

UNA TIPOLOGIA IN EVOLUZIONE

Questa nuova serie di castelli, destinata a durare come sede, sceglie dunque posizioni naturalmente forti o rafforzabili con misurati interventi e l'area collinare del Roero, coi suoi erti bricchi, con le sue forre, ben si prestava al nuovo sistema.
All'inizio fu un semplice muro (se non una palizzata) a contornare la sommità del colle, racchiudendo modeste costruzioni ed una torre più o meno alta ma solida, accessibile mediante una scala a pioli attraverso un'apertura posta ad una certa altezza o tramite una passerella di circa un trabucco dalla vicina costruzione (era questo, ad esempio, il caso di Montaldo e Canale).

La rincorsa tra le tecniche d'assedio e quelle di difesa e la necessità di altri ambienti portano a continui perfezionamenti o ampliamenti, ma alcuni castelli (a Castagnito e S. Stefano, ad esempio) si fermano allo schema più semplice per mancanza in seguito di signorotti interessati ad eleggervi residenza. Altri castelli, quasi tutti, si evolvono.
La torre si trasforma in mastio, con mura più spesse e, a volte, merlatura a sbalzo e coronamento di caditoie (Montà, Monticello, S. Vittoria, ecc.). L'interno della cinta ospita - a seconda del frazionamento della signoria - uno o due «palacii»; l'accesso al tutto avviene sempre tramite un ponte levatoio. La cinta è a volte costituita dagli edifici stessi, rafforzati agli angoli da torri, torricelle e bertesche (come ancora si vede nei castelli di Monteu e Monticello), collegate in tutto o in parte da cammini di ronda accessibili da parte di tutti i condòmini del castello.

Il materiale da costruzione, che negli edifici più antichi mescolava pietre del Tanaro a laterizi, si indirizza col tempo esclusivamente ai secondi: i mattoni sono formati con terre del posto e in fornaci quasi sempre costruite per l'occasione presso l'edificio da innalzare. A volte, nelle fondazioni o nelle muraglie si impiegano anche conci ricavati da strati gessiferi. La tipologia è quella, pur varia, raffigurata alla metà del '300 nelle miniature del Codex Astensis.
La scoperta della polvere da sparo e l'invenzione delle prime artiglierie (bombarde) poco influiscono sui castelli arroccati sopra i colli: solo quelli di Canale e Pollenzo, eretti in zone di pianura alla fine del '300, si tutelano con mura spesse tre metri. E a motivo della tormentata orografia dell'area anche la cinta bastionata trova applicazione solo in alcuni casi: a Cisterna alla fine del '500 con imponenti baluardi, per essere il sito destinato a contrapporsi alla vicina piazzaforte di San Damiano; in misura minore a Baldissero, Sommariva Perno, Santa Vittoria, ecc., per essere i fortilizi insidiati da posizioni vicine o facilmente avvicinabili dalle artiglierie. Un discorso a parte riguarda Sommariva del Bosco, potentemente rafforzata come 'villa' e castello nel 1468 per disposizione dell'autorità sabauda a motivo della sua posizione, strategica all'epoca.

Certi accessi erano peculiari. Al castello di Vezza fino a tutto il '500 si giungeva salendo due rampe consecutive di scale di complessivi novantadue gradini, al termine dei quali uno stretto ponte levatoio consentiva l'ingresso nel mastio. A Montaldo un ardito ed ingegnoso sistema dava ingresso al secondo piano della torre, ad una discreta altezza dal suolo.
A Sommariva Perno, agli inizi del '300, per accedere agli edifici del castello occorreva superare due ponti levatoi. Pollenzo e Canale, unici fortilizi in pianura, erano circondati da ampi fossati pieni d'acqua.
L'autonomia del castello era assicurata da riserve di viveri e dall'immancabile pozzo o cisterna. A Santa Vittoria la cascina ('area') del castello trovava posto entro la cinta stessa; in tutti gli altri casi entro i ripari della 'villa'. La fuga improvvisa in caso di assedio o invasione del castello era assicurata da uno o più cunicoli, la cui uscita restava celata in edifici di pertinenza signorile nell'adiacente 'villa' o nei ripidi pendii boscosi sotto stanti al castello.

Oltre che abitazione e difesa, il castello era anche sovente sede dell'autorità giuridica (castellano o podestà), per cui vi si trovavano locali adibiti a prigione, spesso in un vano alla base della torre maggiore, che, a sua volta, aveva al disotto un vano cieco, una specie di pozzo, accessibile unicamente tramite una botola. Quasi sempre il castello aveva anche una cappella; a Castellinaldo i consignori avevano in essa perfino il diritto di sepoltura.
Naturalmente l'evoluzione dei tempi e le vicende storiche o familiari hanno inciso profondamente sugli edifici. Alcuni decadono, vanno in rovina per abbandono, lasciando a loro ricordo solo più la torre (come a Corneliano, Montaldo e, fino a poco meno di trent'anni fa, a Vezza); altri conservano ambienti e manufatti di più epoche e stili; altri ancora vengono abbattuti e sostituiti (come a Govone, Magliano e Guarene) da ampie e sontuose costruzioni che devono riflettere l'importanza e potenza del casato all'epoca. I Damiano di Priocca si fanno ricordare anche per aver essi stessi fatto abbattere nel 1713 la torre di Priocca e nel 1785 quella di Piobesi, mentre il terremoto del 1887 abbatte - quasi una nemesi storica - la loro torre di Castellinaldo e lesiona gravemente altri fortilizi dell'area, in particolare quello di Monteu.

Un millennio di storia spira dunque attorno a queste testimonianze del passato, esprimenti ancora in alcuni casi potenza e sfarzo, in altri mistero e sogno, in altri ancora malinconia e rammarico per la loro decadenza e scomparsa.
E se vi aleggiano fantasmi, si tratta quasi sempre non di leggiadre castellane affacciate al verone ma di poveri sciagurati senza nome consuntisi nelle segrete: tragici e pietosi incontri di chi si muove fra le vecchie e polverose carte degli archivi.

 
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