Comuni, Alba

Alba

Le prime tracce di vita della città di alba, risalgono al neolitico, tra il sesto ed il terzo millennio della preistoria. i reperti archeologici rinvenuti assai numerosi, in epoche diverse, hanno contribuito a determinare la presenza di una popolazione, non più nomade, che viveva di agricoltura e caccia ed abitava capanne di forma circolare nella zona di borgo piave o raggruppate in un villaggio situato sulla sponda sinistra del cherasca, a poca distanza dalla confluenza con il tanaro. conosceva il fuoco, i'uso e la lavorazione della ceramica e della pietra verde particolarmente adatta a fornire i primi rudimentali utensili e praticava l'allevamento del bestiame. nei millenni successivi, con una graduale evoluzione, questa popolazione conobbe l'età del bronzo e quella del ferro e venne classificata dagli studiosi con il nome di liguri, un insieme di gruppi etnici ognuno dei quali aveva una propria definizione: liguri capillati, epanterii, vagienni, eburiati, taurini, stazielli. a quest'ultimo gruppo appartengono probabilmente gli albesi. come tutti i liguri, anch'essi di origine celtica, assimilarono con apparente facilità, la civiltà dei galli, invasori di questa zona alla fine del v secolo a.c. più lenta e diffícile fu la penetrazione romana. iniziata verso il 190 a.c., fu completata verso il 173 con la sottomissione dei liguri stazielli che abitavano nel territorio di langa compreso tra il bormida ed il tanaro. con la distruzione di caristo, la loro città principale (livio xlii, 7), oggi forse cartosio (alessandria) passarono definitivamente sotto il dominio di roma. con la legge del console gneo pompeo strabone, che nell'89 a.c. concedeva alle città alleate il diritto di eleggersi magistrati e sacerdoti (jus latii), la città entrò nella storia con la denominazione di alba pompeia. come municipium romano fu inserita nella ix regione e ascritta alla tribù camilia. conobbe allora un intenso sviluppo economico e commerciale e, come testimoniano i ritrovamenti effettuati nel corso di vari scavi, furono costruite numerose strutture urbane di notevole interesse ed abitazioni decorate con pavimenti a mosaico ed architetture in marmo finemente lavorato. mura di grande consistenza e di forma poligonale cingevano la città che ospitò, secondo la tradizione l'imperatore augusto in viaggio per le gallie e dalla terra albese salì al trono dei cesari, nel 193 publio elvio pertinace. con l'indebolimento dell'impero romano iniziò un periodo di difficoltà economiche che si accentuarono con le invasioni barbariche; iniziarono i visigoti, che si scontrarono con il console stilicone nel giorno di pasqua del 402 presso pollenzo. intanto anche il cristianesimo si diffondeva su queste terre, e la città, abbattuti i templi pagani, costruiva le prime chiese. erano gli anni in cui regnavano odoacre e teodorico. nel 490 i burgundi saccheggiarono la città, seguiti dai longobardi di rotari nel 640 e dai franchi che, insediatisi da padroni, portarono le prime avvisaglie del feudalesimo. a causa dei saccheggi e devastazioni subìti, alba venne a trovarsi in una situazione di estremo disagio, tanto che la giurisdizione civile fu costretta a trasferirsi a diano con la costituzione del "comitato dianense". come conseguenza il municipio di alba perdette il suo conte che venne sostituito da un gastaldo longobardo, anch'egli residente a diano. furono di breve durata anche i miglioramenti che si verificarono con l'avvento al potere di carlo magno dopo l'anno 800. infatti le incursioni degli ungheri e saraceni impoverirono a tal punto la diocesi di alba che si giunse a sopprimerla e ad unirla a quella di asti e a savona per le terre prossime alla liguria. intanto nel 967 un nuovo signore, aleramo, ebbe dall'imperatore ottone i la signoria delle langhe, iniziando una lunga e duratura dinastia. con la pace e la stabilità di governo rifiorirono l'agricoltura ed i commerci e il libero comune fissava i primi statuti. come sempre s'accompagnò a tutto questo un considerevole sviluppo dell'edilizia, risale infatti a questo periodo la ricostruzione della nuova chiesa in piazza del duomo, in luogo del tempio primitivo. nel 1158 giungeva ad alba l'imperatore federico barbarossa che ne ricompensava la fedeltà con molti privilegi e ne favoriva l'autonomia amministrativa. il comune iniziava l'espansione territoriale consolidando la città con nuove fortificazioni e accettava come cittadini nobili e ricche famiglie che ricambiavano l'amicizia costruendo torri e caseforti. come conseguenza il circondario di alba fu suddiviso in sette camparie e sei castelli sorsero sulle colline circostanti per difendere la città. anche il comune di alba rinforzò la cinta muraria con possenti torrioni per meglio sostenere eventuali attacchi di aggressori e vennero fondati monasteri, chiese e addirittura sei ospedali. a questo periodo risale lo stemma di alba su cui figura una croce rossa in campo argento. con l'arrivo di carlo d'angiò nel 1259, alba chiese di essergli sottomessa. in questo modo riuscì a contenere per circa 20 anni le controversie della vicina asti, sino a quando questa, nel 1276, alleandosi con il marchese di monferrato, con genova ed altri, spinse alba ad allontanare i francesi. seguirono anni caratterizzati da continue lotte interne; le maggiori famiglie di parte guelfa e ghibellina facevano a gara per assicurarsi il predominio sulla città. guerreggiava con asti per il dominio della valle del tanaro e alternava signorie alleandosi con gli aleramici, gli angioini, i visconti per entrare, nel 1369, nell'orbita dei paleologi che avevano ereditato dagli aleramici il marchesato di monferrato. in loro signoria rimaneva per oltre due secoli. nella prima metà del secolo xvi, alba fu teatro di sanguinosi scontri tra francesi e spagnoli; da quando nel 1537 carlo v fece il suo ingresso in alba, fino al 1559, fu un alternarsi di diuturne ed aspre lotte che causarono perdite notevoli di opere d'arte e di monumenti. nonostante il divenire di avvenimenti e contrasti tanto tragici, nel xv e nel xvl secolo alba fu illustrata da alcuni grandi umanisti: il vescovo andrea novelli, venturino de' priori, il macrino, il vescovo marco gerolamo vida, pierino belli, che lasciarono testimonianze significative della loro cultura e della loro arte. dopo la pace di cateau-cambrésis del 3 aprile 1559, alba passò ai gonzaga di mantova: finalmente dopo tanti anni si poteva sperare in un periodo di pace e tranquillità. tuttavia la città ed il territorio albese ne uscirono provati, con campagne abbandonate, chiese e monasteri distrutti. a tutto ciò si aggiunsero anche i terremoti del 1541 che continuarono con scosse saltuarie sino al 1549. venuto a morte francesco gonzaga, carlo emanuele i di savoia, che aspirava al dominio sul monferrato, prese d'assalto alba il 23 aprile 1613 ed in quella occasione la città ebbe a subire un nuovo saccheggio, ma il dominio dei savoia non durò che pochi mesi. dopo vari tentativi, carlo emanuele i, al principio del 1617, pose ancora una volta l'assedio alla città che dovette alfine capitolare per mancanza di viveri e munizioni. alba ritornò poi ancora una volta ai gonzaga che la tennero per circa un decennio, e cioè fino alla morte del duca ferdinando gonzaga, avvenuto nel 1623. cinque anni dopo, il 1° aprile 1628, un nuovo tentativo di impossessarsi della città da parte dei savoia ebbe esito più fortunato e da quel momento alba passò definitivamente sotto il loro dominio. pur cessando le ostilità, le sofferenze per alba continuarono. nel 1630 cominciarono a manifestarsi i primi sintomi della peste. l'anno successivo il morbo decimò la popolazione a tal punto che vittorio amedeo i deliberò di ridurre, per poter riunire i due consigli comunali, da 24 e 8 persone rispettivamente a 15 e 6. intanto alba fu elevata a sede di provincia con tutti i privilegi che le competevano. la città riprese le antiche tradizioni e furono ripristinate le fiere, i mercati e le feste che erano state sospese a causa delle calamità. si ripararono gli edifici e nel 1680 fu deliberato dal consiglio di affiggere sulla facciata del palazzo del comune una lapide a ricordo di quel periodo. ma il concetto espresso nella lapide (alba era decisa, dopo aver restaurato 200 case a non farsi più espugnare) fu messo in dubbio per ben due volte. prima, verso la fine del secolo con le guerre tra luigi xiv e la lega di augusta, poi nel 1703 in seguito alla guerra dichiarata, per la seconda volta dal duca di savoia al re di francia. alba, in questa occasione, dovette provvedere al sostentamento delle truppe di passaggio sino alla fine delle ostilità, quando nel 1706 i francesi, sconfitti a torino, cessarono di combattere. il settecento vide un fiorire di attività artistiche e letterarie. nel 1721, ad opera del canonico odella nacque l'accademia filarmonico-letteraria alla quale aderirono giovanni prati e silvio pellico e nuove opere abbellirono la città: i'ospedale san lazzaro su progetto di nicolis di robilant, la chiesa di santa maria maddalena su disegno del vittone, la chiesa dei santi cosma e damiano ricostruita su disegno del conte carlo emanuele rangone di montelupo. le guerre in piemonte però avevano ridotto al minimo le casse dello stato e re carlo emanuele iii per procurarsi denaro decise di vendere terre in feudo alle città che ne avessero fatto richiesta. alba chiese il territorio di santa rosalia e per ottenerlo pagò la somma di 3.000 lire più 30 lire per 15 anni. carlo emanuele iii, il 20 ottobre 1742, con regie patenti investiva la città del feudo di santa rosalia autorizzando a porre sul proprio stemma la corona comitale. alba potè così fregiarsi del titolo di "contessa di santa rosalia". alla fine del secolo la città conobbe la rivoluzione francese e, repubblica giacobina, accolse, il 28 aprile 1796, napoleone bonaparte sventolando il primo tricolore: rosso, blu e arancio, i colori ora adottati dal gonfalone della regione piemonte. intensa, ma di breve durata, l'avventura francese che, fatte cadere in breve tempo le illusioni di libertà, portò sofferenze, perdite di opere d'arte e di edifici storici. non solo, per sostenere le ingenti spese militari della francia, alba fu costretta a pagare 123.000 lire, richieste dai francesi. una cifra spropositata per le finanze della città. i due ambasciatori che si recarono in persona da napoleone per trattare l'ingiunzione di pagamento, furono fatti arrestare. uno dei due, il parruzza, nonostante il generale avesse detto di trovarsi "nel migliore e nel più fertile paese del mondo" fu fatto fucilare. con la restaurazione, carlo felice iniziò l'opera di ricostruzione: portò a compimento il monastero della maddalena e provvide, dopo tanti anni e con l'aiuto degli albesi, alla sistemazione della strada che univa alba con savona passando per cortemilia; nel 1847 il re carlo alberto arricchì la città di un nuovo ponte in muratura per il passaggio sul tanaro. alba ridisegnò l'impianto urbano con l'architetto giorgio busca: sindaco per undici anni, realizzò il teatro sociale, nuove vie e piazze, dando vita ad una intensa attività commerciale, sorretta dall'agricoltura e dall'artigianato e a numerose forme di società di mutuo soccorso tra le quali la più importante, fondata nel 1851, era la società di artisti ed operai. la città convisse, senza entusiasmo, con il regime fascista ed intraprese attività fieristiche di notevole risonanza. la fiera del tartufo, nata nel 1929 dalle feste vendemmiali, fece conoscere i prodotti della terra ed i grandi vini di cui va orgogliosa. durante l'ultimo conflitto mondiale la città di alba si trovò al centro di operazioni belliche, e per l'attività partigiana il suo gonfalone è stato insignito della medaglia d'oro al valor militare. alle schiere di partigiani che operarono nella città e nelle langhe, sacrificandosi per la libertà di tutti, è dedicata la sala della resistenza nel palazzo comunale. il 31 ottobre del 1994, nel 50° anniversario dei "23 giorni della città di alba" fu inaugurato il monumento, appositamente realizzato dallo scultore umberto mastroianni, dedicato alla libera repubblica di alba. sulla base del monumento è stata scritta la frase di beppe fenoglio, tratta dal romanzo "il partigiano johnny": "johnny pensò che un partigiano sarebbe stato come lui, ritto sull'ultima collina, guardando la città, la sera della sua morte. ecco l'importante: che ne rimanesse sempre uno". ripartendo nel dopoguerra, con langhetta caparbietà, gli albesi trasformarono l'economia; geniali iniziative commerciali e industriali seppero imporsi sui mercati nazionali per conquistare poi l'europa ed affermarsi in molte altre parti del mondo.

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